Riuscirà la nostra cultura alimentare a difendersi dalla globalizzazione?

Saranno i popoli privi di back-ground culturale ed enogastronomico ad imporre nuove vie vincenti o saranno invece i popoli forti delle proprie tradizioni, nonostante la globalizzazione dominante, a rivalutare il proprio?

Un interrogativo come questo, apparentemente contorto, può aprire un dibattito senza fine.

Forse siamo stanchi di ammettere che ci debba essere per forza una coesistenza tra una via elitaria e una globalizzata, o forse perché ce ne vogliamo fare una ragione. Certo che il modello atipico per i territori piú ricchi di cultura, buon gusto e convivialità, sostenuto dal turismo emergente, è un modello che ci piace proprio. E parlo a nome di quel popolo di tutte le età che non si chiede quale tecnologia ci sia dietro a quella produzione o a quel modo di fare, ma piuttosto quale sapere, quale sudore e quale paesaggio.

Se questa può essere considerata una tendenza conservatrice e sorda al progresso, bene, non ce ne importa. La generazione che è cresciuta a formaggino fuso è stanca dei modelli propinati da una tv consapevole e da genitori che lo erano molto meno. Ora infatti anche loro, proprio quella gente di mezza età che ha visto nella merendina una liberazione dalla preparazione della merenda al piccolo di casa, appena può piuttosto che il Mar Nero preferisce un rudere in campagna ad affettare salumi profumati. Credete forse che la mia sia una visione da Mulino Bianco? Ricordate che essa è stata solo un momento di esaltazione della globalizzazione del gusto di qualche illuminato venditore di frottole. Ha cominciato infatti negli anni ottanta a massificare i consumi delle famiglie, ben nascosto dietro la cortina della spiga di grano che volteggia. La famiglia rinchiusa dentro il grigiore cittadino ha abboccato, naturalmente, perché mancava di coscienza.

Le cose sembra siano mutate: il nucleo familiare, che sia composto da un single, da un pensionato o da due conviventi con prole, comincia ad essere fiero di un elitarismo alimentare e turistico che può portare nel cuore, perché è a misura d’uomo. Nel senso che non sono solo i protagonisti di un gusto diversificato a prendersi un break “scappando” in un agriturismo, ma sono i prodotti della fattoria e i saperi produttivi locali che arrivano nelle case.

Sono state le esigenze del capitale internazionale a privilegiare i piú alti volumi di offerta e gli standard di qualità, isolando il resto. Questo meccanismo ha funzionato fin quando abbiamo considerato l’hamburger meno rosso della carne, i pop-corn piú candidi del mais, le patatine fritte piú simpatiche della patate e il formaggino piú pulito della ricotta. Prima di perdersi in inutili soliloqui, è mia intenzione riportare la questione terra-terra. Nel cuore dell’Italia infatti abbiamo una terra, le Marche, che hanno sempre anteposto la propria diffidenza verso il SuperNuovo e il SuperPerfetto. La suddetta regione è poi rappresentata in piccolo dal Montefeltro dove la tipicità si può riassumere in una triade straordinaria di formaggi, prosciutti e vegetali trasformati. Dalle valli della Casciotta di Urbino all’ambra di Talamello (formaggio così perfetto da stagionare in puzzolenti grotte di tufo) si sale fino alla Carpegna, dove il celebre prosciutto si accompagna ad un pane meno noto ma altrettanto radicato nel tessuto sociale, quello di Chiaserna. E non c’è bisogno nemmeno di ricordare il Tartufo di Acqualagna. Tutto ebbe origine con il sistema agro-pastorale, quando la parsimonia produttiva non compilava bilanci. E’ per questo che da quelle parti il prezzo della tipicità è stato sempre ben accetto, e lo vuole essere ancora e per tutti.

Per la Redazione