testo di: Martina Corgnati

Misura, è con questa parola, rivelatasi per molti versi fatale nella storia di Valentini, che Guido Ballo apre nel 1973 il lungo itinerario critico che da allora accompagna l’artista marchigiano nel suo viaggio lungo quelle oblique e difficili coordinate celesti che raccordano lo spazio al tempo, la dimensione segreta che Valentini ha costruito con limpida veggenza e che abita solo come contemplativo testimone dell’armonia delle sfere, delle leggi e dell’ordine che sostengono i movimenti del mondo. Misura, quindi. Termine musicale, termine astronomico, ambiti a cui il lavoro di Valentini fa esplicito riferimento, ma anche termine imprescindibile per intendere lo spirito e la cultura sottesa dall’architettura, dall’urbanistica e dalla nazionalizzata cosmogonia del Rinascimento, cui Valentini guarda con emozione, quasi si trattasse della sua propria partecipata e favolosa origine: quell’origine urbinate che gli studiosi hanno tante volte ammirato in lui. Senza misura, infatti, non è data proporzione alcuna, e senza proporzione non è ammissibile idealità, quel criterio supremamente totalizzante e divinamente discreto che si riconosce, per esempio, a Pienza o nella Cappella dei Pazzi. Valentini ha fatto di questa “misura” una maniera per orientare la propria progettualità, per riconoscere i fondamenti e la sostanza razionale imprigionata nelle cose e per imparare a liberarla in un tracciato che dapprima (negli anni Settanta) si presenta fondamentalmente come scansione grafica, come organizzazione segnica di una ben definita e ben delimitata superficie: e poi, a partire dall’inizio del decennio scorso, prende ad articolarsi nello spazio (fino agli esiti recenti, compiutamente ambientali), a svilupparsi come reticolo, trama sottile sospesa nel vuoto, trama sottile che riecheggia, quasi in termini di vibratile contrappunto, la purezza cristallina del piano sottostante e, soprattutto, quelle impreviste intrusioni di materia, quel rivelarsi frammentario del corpo, nella sua densità tattile e imperfetta, che emerge dall’oltre, da un altrove celato ma pur sempre presente e, ad un minimo sussulto, già attuale.

Difficile concepire un’articolazione più consapevole del pensiero e della visione contemporanea (basti pensare come, infatti, nel lavoro di Valentini risulti compiutamente e profondamente assimilata la lezione di Fontana); difficile risolverla in termini tanto essenziali, rinunciando persino, quasi del tutto, al colore, trattando varietà monocrome come varianti della luce pura, come stadi dell’operazione alchemica (anch’essa, non a caso, retaggio sentimentale del Rinascimento), come peculiari tipologie della concentrazione, della forma mentale; e difficile, infine, ottenere nell’estrinsecazione d’un ambito tanto sostanziato di concettualità un tale, sorgivo lirismo. Non a caso, cogliendo empaticamente l’atmosfera che sembra irradiare dalle grandi composizioni di Valentini, alcuni anni fa Elena Pontiggia accennava alla, “sottile e serena disperazione”, all’inevitabile incompiutezza collocata al fondo di qualsiasi progetto nel momento stesso in cui Valentini lo concepisca appena. Come un destino cui è impossibile sottrarsi, perché la classicità, quella claritas solare che regola e determina l’armonia del pensiero incarnato nell’arte dell’Umanesimo, è ormai irraggiungibile, perduta, affondata in un passato remoto da cui non emergono che miraggi, instabile, vibrante nostalgia. Non a caso l’opera di Valentini è e resta fondamentalmente progetto, progetto dalla valenza complessa, magari addirittura ambientale, che avvolge lo spazio e lo connota e lo direziona e lo attiva, ma progetto che non s’incarna, non si rapprende in fenomeno tangibile, circoscrivibile in toto, praticabile anche in termini di concreta esistenza, di prassi. Al corpo, come si è detto, alla materia, alla realtà Valentini rimanda con quelle infrazioni dolorose e pregnanti, con quei contrasti di superficie, di grana e di tessitura che caratterizzano i suoi lavori negli anni: Viaggi, Costellazioni, Accadimenti stellari. Ma pur sempre si tratta di un corpo latente, racchiuso e laterale rispetto alla centralità del pensiero, della volontà, che sempre, in questa rinnovata prospettiva, incontra se stessa. La potenza, per parafrasare ancora la Pontiggia, non si fa atto e pur non riesce ad imporre definitivamente e radicalmente il proprio astratto rigore. Il lavoro di Valentini respira di questa intima, pulsante contraddizione che poi è una fra le più vitali dicotomie del nostro tempo. Respira, perché l’arte non è la logica e nemmeno un totalizzante sistema filosofico dove governi immobile un principio che tutto sistema in un proprio ambito di certezza. Al contrario, nella cosmogonia segretamente instabile e musicalmente mobile di Valentini, emerge con frequente insistenza l’idea, la presenza del tempo, tempo inevitabile a partire dalla nozione che si è voluta proporre per prima, quella appunto di “misura”, criterio che permette, fra l’altro, d’interpretare plausibilmente i legami che raccordano spazio e tempo. Valentini di questo tempo concepisce con quell’analitica, silenziosa curiosità che lo distingue, tutte le estensioni: l’istantaneità fuggevole del presente tenue e luminoso; l’ampio, lusinghiero paesaggio dell’intenzione, della volontà e, certo, della progettualità, la certezza interiore del passato, custode dell’identità, dell’origine. Passato, cui l’artista rivolge frequentemente lo sguardo, al punto da farne non tanto un patrimonio stabile, ma piuttosto una prospettiva, la dimensione inversa, ritrosa dal divenire, annidata nei grumi fratti e sfrangiati di materia che violano l’irreale compattezza della superficie, stagliata su una linea d’orizzonte implacabilmente lontana, al punto da sancire a priori l’irrealizzabilità, l’utopia di un contatto autentico, fisico, vero. Con la mente e l’anima rivolti a questa distanza immota, pienamente vissuta e partecipata, Valentini accorda l’una all’altra le varie espressioni del tempo, ogni volta trovando un nuovo tono, una nuova suggestione, un rinnovato, impercettibile equilibrio capace di sottrarsi, di restare sospeso sull’incresciosa fuga del fare. Come le note di una sinfonia universale.