di Alessandra Vendrame

TREVISO (4 ottobre) – La scienza medica per curare e guarire. La teologia per dare risposte quando la malattia mette con le spalle al muro e interroga sul senso delle cose. Il dottor Francesco Rocco, cardiochirurgo all’ospedale Ca’ Foncello di Treviso, ha deciso che la medicina può chiedere aiuto alle discipline religiose. E che scienza e fede, quando il paziente chiama, possono permettersi di guardare nella stessa direzione. Il dottor Rocco è iscritto al secondo anno dell’Istituto superiore di scienze religiose della diocesi e al termine del percorso di studi conseguirà la laurea magistrale.

Il medico, allievo del professor Gallucci, in corsia nell’ospedale trevigiano dal 1985 e formatosi per due anni prima all’Università di Chicago e poi alla Facoltà di medicina di Harvard, a 53 anni ha scelto di diventare anche teologo: «Le scienze non mediche possono dare un contributo importante all’arte del curare – spiega il cardiochirurgo-studente di teologia -. Nella nostra tradizione medica il pendolo si è spostato tutto dalla parte della scienza, trascurando l’aspetto umanistico. Oggi invece si parla molto di centralità del paziente nella cura, ma se non abbiamo idea di cosa sia la persona in tutti i suoi aspetti, biologico, psicologico e teologico non possiamo essere medici buoni».

Tolto il camice e chiusa la porta della sala operatoria per il chirurgo si apre quella del seminario di Treviso, sede del corso di laurea in scienze religiose, dove la sera si studia teologia, morale, antropologia, filosofia e Sacra Scrittura. Il bisogno di arricchire la propria fede personale, sebbene sia presente nell’uomo, non è la vera ragion d’essere della scelta del professionista: «È esigenza professionale del medico non ridurre tutto a scienza e tecnica e rivalutare la qualità culturale delle discipline teologiche in un contesto che troppo spesso le slega dalla vita – confida il dottor Rocco -. Non può esistere cura della persona svincolata da questa parte della conoscenza. C’è il bisogno di essere professionisti anche in questi ambiti.»

Negli Stati Uniti tutto questo ha un nome: “Medical humanities”. Sono le discipline umanistiche in soccorso alla medicina, parte integrante della formazione dei camici bianchi. Eppure nella patria dell’Umanesimo sembrano esser state messe completamente da parte. E quando la vita arriva a un bivio la medicina non può sempre rispondere a tutto: «Nel corso di una malattia ci sono dei momenti in cui il paziente si chiede perché tutto questo è capitato proprio a lui. E spesso la barriera tra la vita e la morte è sottile. Di fronte alle domande di senso che i pazienti ci pongono, noi medici non possiamo non aiutare le persone a trovare delle risposte. La prima risposta che possiamo dare loro è l’empatia, la comprensione nei confronti della situazione in cui si trovano. A cominciare da un sorriso o qualche parola».

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