Ground Level Overlay – Split Sides

di silvia poletti

Apertura con il botto (e con un bellissimo tutto esaurito) per la stagione di danza 2005 dei Teatri di Reggio Emilia, da anni ormai conclamata capitale nazionale del teatro coreografico, sempre proposto nelle sue incarnazioni più rappresentative e autorevoli.

E chi può esserci, oggi, di più rappresentativo e autorevole di Merce Cunningham, giovane Grande Vecchio che sta traghettando con la leggerezza della sua creatività la danza dal Novecento (che in lui ha avuto uno dei suoi figli più pacificamente ribelli e rappresentativi) al nuovo tempo, che si muove – in quest’ arte – ancora confusamente debitore del passato?

Di Cunningham, che con il compagno di arte e di vita John Cage ha frantumato le regole dello spettacolo dal vivo, imponendo una nuova, rivoluzionaria modalità di percezione e di rapporto spettatore-interprete (relativo, contingente, casuale e libero) si è detto e scritto moltissimo.

E quest’anno, con una serrata sequenza di appuntamenti (che da Reggio passando per Pavia, arrivano a Rovereto per un monografico Festival di Pasqua a lui totalmente dedicato) anche l’Italia si inserisce in una collettiva riflessione «mondiale» che dal BAM di New York, via Edimburgo e il Centro Barbican di Londra, Parigi e Lione, ha portato a celebrare i suoi incredibili ottantacinque anni.

Quello che però le tante conferenze e le stesse parole dei recensori non saranno in grado di catturare – e quindi forse di evocare al meglio- è quella misteriosa evanescenza, quella ariosa impalpabilità, quella calviniana (da Italo Calvino) levità che appartiene proprio al segno di Cunningham e che lascia, al termine di ogni «evento» (ché anche gli spettacoli in cui la coreografia è fissata subiscono il rito fluido delle chance operations mutuate dalla filosofia zen), quella speciale sensazione di fluttuante memoria di qualcosa di armonicamente vibratile e iperuranico – mai algido, perché riscaldato da una sorta di serafico sorriso «arcaico», lontanissimo e pacificatore, che i danzatori si scambiano durante le loro sequenze.

Detto questo, proviamo a fissare alcuni punti dei due lavori visti a Reggio in prima nazionale. Fissiamo, di Ground Level Overlay (1995) l’impressione di una danza liquida, fatta di riverberi gestuali, da danzatore a danzatore: qualcosa in movimento perpetuo, che si irradia quasi con dolcezza tra i danzatori in scuri abiti casual, tra i quali si muove, ieratica, solitaria e lunare la misteriosa Julie Cunningham. Ad amplificare l’impressione di una danza onirica e ovattata, diramata per molteplici vettori con un dinamismo placido e ipnotico, contribuisce la musica di Stuart Demptser, registrata in un ex serbatoio d’acqua di Seattle da dieci trombonisti, che produce uno strano effetto sonar. Campeggia invece in alto autonoma e affascinante la scultura di oggetti di recupero del giovane Leonardo Drew.

È toccato al direttore della rassegna di danza reggiana l’onore del lancio dei dadi che ha permesso al pubblico di vedere una delle trentadue possibili combinazioni sound-vision nelle quali si può articolare Split Sides, creato da Cunningham appena un anno e mezzo fa. Con l’inconfondibile rituale cunninghamiano è stato così stabilito di vedere la prima e la seconda sequenza coreografica, questa volta accompagnate rispettivamente dalle musiche «concrete» dei gruppi rock Sigur Ròs (che hanno inventato uno xilofono fatto di scarpette da punta) e Radiohead (che mischiano parole di Merce e Cage a battiti del cuore e altro) e dalle scene di Catherine Yass (una bellissima foto di uno skyline rielaborata al computer con una suggestiva alterazione del colore) e di Robert Heisman (un astratto paesaggio invernale, raggelato e screziato), mentre i costumi di James Hall erano prima calzamaglie black and white e poi tute colorate. Proprio il gioco del caso e l’importanza delle varie componenti, che si impongono parallelamente all’attenzione dello spettatore fa di Split Sides un ennesimo esercizio di percezione al quale ci ha abituato Cunningham: la danza assume qui una dimensione meno preponderante, infatti, più «manierata»’ – se il termine può passare- con i tipici movimenti fortemente basati a terra, le braccia aperte e piegate ad angolo, i salti e le corse á la Merce. Una compagnia non pulitissima e apparentemente stanca, dove però spiccano alcune individualità notevoli, ha celebrato il rituale di Split Sides con dedizione. Meritato, dunque, il caloroso saluto conclusivo del pubblico reggiano: un saluto che è anche un ennesimo riconoscimento al genio titillante di un artista, per il quale l’età è una condizione esistenziale relativa e che continua a sciorinare una coerenza nello sviluppo del proprio pensiero, cui i suoi presuntuosi, innumerevoli epigoni dovrebbero guardare più spesso per imparare davvero la sua più importante lezione.

Merce Cunningham Dance Company – Ground Level Overlay. Coreografia: Merce Cunningham. Musica: Stuart Dempster. Scene: Leonardo Drew.

Split Sides. Coreografia: Merce Cunningham. Musica: Radiohead, Sigur Ros. Scene: Robert Heishman, Catherine Yass.

Nelle foto, due scene tratte da Ground Level Overlay e Split sides