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23:13 – giovedì 09 ottobre 2008

Il logo del festival

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Napoli Teatro Festival: primo bilancio

Fino al 29 giugno, Napoli è un pullulare di spettacoli, un continuo spostarsi da una sede all’altra sfidando il traffico caotico per non perdere le occasioni offerte da un serrato “cartellone”: il Napoli Teatro Festival Italia, la grande rassegna internazionale voluta dal ministero dei Beni Culturali, e approdata ai piedi del Vesuvio in seguito a un concorso di idee che ha coinvolto varie città italiane, è in pieno svolgimento: con una quarantina di titoli, duecento rappresentazioni complessive, diciassette nuove produzioni, attualmente è senza dubbio la più imponente iniziativa realizzata sulle nostre scene, e ha tutti i mezzi per continuare a esserlo.

Al di là dei numeri, di per sé eloquenti, vorrei comunque riferire le impressioni ricavate dall’andamento delle prime sere. Ciò che immediatamente emerge è l’evidente impegno nel cercare di fare le cose in grande in ogni senso: l’intento era anche quello di trasmettere un’immagine della città che trascendesse e in qualche modo riscattasse lo scandalo dei rifiuti. Da questo punto di vista, l’organizzazione funziona, la risposta del pubblico sembra buona, gli spettacoli iniziano con relativa puntualità mentre i pullman “navetta” partono e arrivano regolarmente. Rispetto al “prologo” dello scorso ottobre, certe approssimazioni sono state corrette.

La reazione iniziale, all’annuncio del progetto, era stata di timore che un’impresa così calata “dall’alto” – a Napoli o altrove, poco importa – potesse dare luogo a una creazione comunque artificiale. Non credo che questo rischio sia stato del tutto scavalcato: il direttore artistico, Renato Quaglia, ci ha messo passione e competenza, ma l’impianto è inequivocabilmente istituzionale, nato non dalla volontà e dallo sforzo di qualche singolo operatore, bensì da una scelta politica. Il criterio è stato quello di attenersi agli standard dei principali festival europei, non di seguire i guizzi, gli alti e bassi di un gusto soggettivo.

Napoli, di suo, ci mette degli spazi bellissimi e assolutamente da scoprire, come il settecentesco, immenso Real Albergo dei Poveri o la meravigliosa Certosa di S. Martino. Le messinscene che essi accolgono appaiono tuttavia selezionate, commissionate, direttamente prodotte secondo equilibri accuratamente strategici, tenendo conto di vari fattori – la provenienza, la rispondenza a tendenze del momento – piuttosto che motivate da forti curiosità personali. Le proposte, stando almeno alle fasi iniziali, si presentano di buon livello, ma è probabilmente inutile venire qui a cercare la scoperta inattesa o l’avvenimento spiazzante.

La decisione stessa di affidare lo spettacolo inaugurale, Le troiane di Euripide, a una Compagnia Teatrale Europea appositamente costituita con giovani attori di diversi Paesi, Italia, Francia, Belgio, Spagna, Portogallo, sembra derivare da una ricerca di impatto mediatico più che da un’effettiva esigenza registica. L’operazione nasce sulla falsariga del Pericle allestito la scorsa estate da Antonio Latella con allievi dell’Ecole des Maitres, alcuni dei quali sono in scena anche ora: ma certe macchinosità che si giustificavano in un laboratorio formativo tendono a pesare un po’ di più nel caso di una “prima” così carica di implicazioni.

Detto questo, la regia di Annalisa Bianco e Virginio Liberti è interessante soprattutto per la sottile ambiguità con cui affronta il tema della fatale inattualità dei valori tragici. Le sofferenze e i lutti cantati dagli autori classici – sembrano indicare i due – possono oggi colpirci solo attraverso la rappresentazione indiretta, trasversale: e dunque il lamento delle donne di Troia deportate dai greci rivive in una specie di recita effettuata per i nuovi padroni, che la irridono, ne fanno una truce parodia, e con ciò stesso le danno una forza altrimenti perduta. Alla fine saranno proprio loro che, imitando ferocemente le proprie vittime, in una paradossale identificazione arriveranno a urlarne tutto l’insanabile dolore.

Sempre in ambito di tragedia, un altro degli spettacoli di punta è la Mèdèe in lingua occitana di Max Rouquette, realizzata nella versione francese da Jean-Louis Martinelli con attori africani: il testo è pieno di riferimenti a una natura selvaggia e misteriosa che lo rendono particolarmente adatto a un’ambientazione tribale: la protagonista, incarnata dall’intensa Odile Sankara, diventa dunque una nomade che vive sotto una coperta rossa appesa a un filo, Creonte un untuoso dittatorello locale, Giasone un bulletto con la scorta in tenuta mimetica, mentre l’azione è scandita da suoni di tamburo e da un coro di donne Bambara. Il tutto, recitato in uno straordinario cortile del Real Albergo dei Poveri, risultava molto suggestivo, anche se in fondo leggermente prevedibile.

Più inquietante, più asprigno il gelido Englanddi Tim Crouch, che Carlo Cerciello ha allestito – su indicazione dell’autore – in varie gallerie d’arte. I quadri, la distanza tra le tensioni della vita e le opere creative, le incerte relazioni tra il valore di mercato e i valori del sentimento sono infatti al centro della pièce: la protagonista, compagna di un ricco gallerista, dopo aver subito un trapianto di cuore va in India a conoscere la famiglia del donatore: l’impatto tra i due mondi è agghiacciante, i tentativi della donna di rendersi accattivante sono viziati da imbarazzanti pregiudizi. Al culmine dello stridente contrasto, il gallerista offre in dono alla vedova un quadro prezioso, lei risponde con l’accusa che il marito sia stato ucciso per rivenderne l’organo. E tutto ciò avviene appunto fra le tele che ci osservano indifferenti dalle pareti.

Fra i percorsi drammaturgici promossi ad hoc dal festival, un risalto particolare sembra averlo la serie di nove “neo-prediche” su vari argomenti della cultura contemporanea – dall’economia all’architettura, dall’aborto alle morti dei clandestini in mare – che altrettanti intellettuali hanno scritto nello stile dell’oratoria gesuitica settecentesca, pronunciandole essi stessi dal pulpito della sontuosa chiesa della Certosa di San Martino, o affidandole ad attori: del ciclo, curato da Gabriele Frasca con l’attenta regia di Roberto Paci Dalò, ho seguito la riflessione di Luciano Barca su Adam Smith, declamata da Claudio Di Palma con toni insieme ironici e veementi, fra effetti di luce e nuvole d’incenso che valorizzavano al massimo le attrattive del luogo.

di renato palazzi