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Cene, viaggi e consulenze

Mal dell’esca e Balck rot

LA VOCE DEL GATTO DEL PADRONE

Marusi indagato

Mal dell’esca e Balck rot

Mal dell’esca e black rot

Percentuale di incidenza rilevata nella zona

D.O.C. Lugana

Il periodo invernale, dedicato alle operazioni di potatura, ci induce a ritornare ad occuparci delle malattie del legno, delle quali abbiamo già scritto su “Rassegna di Viticoltura” (cfr. n. 3 – 10/1994).

La patologia più pericolosa e diffusa e sicuramente il mal dell’esca, a causa anche dell’incertezza sull’individuazione degli agenti primari di questa alterazione. I numerosi studi, condotti anche nel nostro paese negli anni trascorsi dal precedente articolo, non hanno infatti ancora fornito una risposta definitiva.

I sospetti maggiori ricadono sui funghi Stereum hirsutum e Phellinus igniarius, ripetutamente isolati dal legno infetto, anche se è possibile che intervengano anche altri agenti patogeni.

Questa fitopatia può presentarsi con due sintomatologie differenti, una forma cronica e una forma acuta. La prima è caratterizzata dalla comparsa sulle foglie di macchie clorotiche internervali che in seguito confluiscono e disseccano. Ciò avviene nei mesi estivi, quando maggiore è il consumo di acqua da parte delle foglie. Il fungo infatti tende ad ostruire i vasi linfatici e quindi a ostacolare il trasporto dell’acqua verso la parte aerea. Nei casi più gravi, definiti come forma acuta della malattia, si ha il completo e repentino disseccamento di tutta la pianta o di una branca di essa. Tale manifestazione è più frequente quando una serie di piogge fa seguito ad un periodo siccitoso.

Sul legno il sintomo più caratteristico è rappresentato dalla comparsa di zone imbrunite in corrispondenza di un taglio di potatura, che, in fase più avanzata, assumono una consistenza spugnosa e friabile.

§Per valutare l’incidenza di questa malattia e quella dell’eutipiosi (altra malattia del legno presente in provincia), nel 1992 l’Istituto di Patologia vegetale dell’Università di Milano e l’allora Osservatorio Malattie delle Piante della Lombardia istituirono una rete di controllo in alcune aree viticole …

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pressione gonfiaggio pneumatici

quasi sotto il cerchio) non appoggia più in

maniera corretta.Spesso si usura addirittura

oltre il disegno del battistrada perchè in

situazioni limite tocca l’asfalto la parte

esterna (il fianco) della gomma stessa.

Inoltre le gomme “sovragonfiate” reggono meglio

la fatica.Infatti sotto sforzo fischiano molto

meno e non si surriscaldano in maniera

eccessiva:i pneumatici “molli” si scaldano troppo

sia in curva che ad alta velocità in

autostrada;ciò causa continue variazioni della

pressione di gonfiaggio e il pilota non ha più un

riferimento fisso di curva in curva.

L’eccessivo riscaldamento e le continue

deformazioni verticali del pneumatico in

autostrada ,sono tra le cause degli scoppi

improvvisi o del distacco di pezzi di battistrada.

E’ chiaro che un pneumatico poco gonfio assorbe

meglio le irregolarità dell’asfalto deformandosi;

quindi esagerando con le pressioni la vettura

potrebbe “saltellare” troppo (come un pallone

gonfio che rimbalza bene)affaticando gli

ammorizzatori,le schiene dei passeggeri e

causando perdite di aderenze improvvise.

Dunque le nuove pressioni di gonfiaggio vanno

verificate bene in ogni situazione su strada

(come nel mio caso credo di aver fatto).

Forse i progettisti di auto su talune vetture non

sportive hanno deciso di privilegiare troppo il

confort di marcia a discapito della tenuta di

strada.Ma l’avere limiti di tenuta più alti nella

guida di tutti i giorni ,significa avere più

margine di sicurezza per un imprevisto o in

seguito ad un errore di guida.

Tornando alla mia Punto, sono salito di pressione

anche al retrotreno per mantenere equilibrato

l’assetto:viceversa frenando in curva con l’auto

in appoggio si accentuava il sovrasterzo.

Ma con il posteriore sovragonfiato la vettura

risulta più stabile della configurazione

originale Fiat.…

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Energia, In Italia Le Tariffe Peggiori

Energia, in Italia le tariffe peggiori

L’Authority: non può decidere Enel a chi vanno le centrali

Il presidente Ranci: svincolare il prezzo del gas dal petrolio. Letta: “Opv sul 100% di Eurogen”

di LUCIO CILLIS

ROMA – Primi in Europa, ma nella classifica sbagliata: quella dei peggiori. E in “materie” d’esame come gas e energia elettrica che influenzano pesantemente i bilanci familiari. Ieri è salito in cattedra Pippo Ranci, presidente dell’Autorità che si occupa appunto di energia, sia tra le mura di casa che nell’industria. La relazione annuale dell’Authority ha bacchettato con severità il comparto energetico italiano: siamo al top europeo sia per il caro-tariffe che le disfunzioni nel servizio.

Un settore pressato come mai prima dal prezzo del petrolio, che ha infiammato i mercati e portato qualche problema nelle case delle famiglie. Sono tardivi i cali registrati dall’oro nero nelle ultime ore (sotto i 30 dollari al barile e produzione in aumento nei prossimi giorni) con un conseguente aumento delle bollette: dal ’99 ad oggi, le tariffe dell’elettricità e del metano sono salite a ritmi ben superiori al tasso di inflazione. Fa arrossire il confronto con la media europea al netto delle imposte: una famiglia italiana paga un conto (per la luce) più caro del 20%; e ancor più salato è l’incremento sostenuto dalle imprese che hanno subìto un aumento pari al 30%.

Sul fronte gas la situazione resta deprimente se messa a confronto con i partner europei (più 7%). Per il presidente dell’Authority Ranci (tasse escluse) “i divari si accrescono”. Gas a caro prezzo dunque: scendendo nei particolari, Napoli registra un costo per tariffe domestiche quasi doppio rispetto a L’Aquila. La media nazionale è di 760 lire al metro cubo ma a Napoli e Palermo, i costi lievitano anche di 100 lire in più. E oltre alla batosta …

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La Creazione Pubblicitaria Originale È Tutelata Dal Diritto D’autore Se È Scindibile Dal Messaggio Promozionale

La creazione pubblicitaria originale è tutelata dal diritto d’autore se è scindibile dal messaggio promozionale

In una ordinanza del 14 settembre 1999, emessa nell’ambito di un giudizio cautelare, il tribunale di Bari ha offerto una interessante interpretazione delle norme sul diritto d’autore applicate ad una creazione pubblicitaria.

Il resistente aveva conferito alla società ricorrente l’incarico di realizzare una campagna pubblicitaria per l’edizione del 1997 della Fiera del Levante. La società ricorrente si è rivolta al tribunale lamentando che il disegno da essa realizzato (una figura umana che accorcia le distanze tra oriente e occidente e il connesso logo “Bari. Dove l’Europa incontra l’oriente”) era stato successivamente riutilizzato dal resistente anche per edizioni successive della Fiera, chiedendo una misura inibitoria per vietare al convenuto l’uso del disegno in questione.

Il problema fondamentale che il tribunale ha dovuto risolvere per verificare l’esistenza del fumus boni iuris è se la legge sul diritto d’autore potesse applicarsi al disegno oggetto di contesa. Facendo riferimento alla giurisprudenza in materia, il tribunale ha stabilito che al fine di decidere se l’opera nata dalla prestazione di un’attività di carattere creativo poteva essere meritevole di tutela in termini di diritto d’autore, avrebbe applicato prima di tutto il criterio della scindibilità fra la creazione artistica e la sua componente utilitaria, rappresentata in questo caso dalle altre indicazioni individualizzanti il messaggio pubblicitario, per poi passare alla verifica dei requisiti oggettivi della creatività, originalità e novità.

Il disegno è stato giudicato agevolmente scindibile dal messaggio pubblicitario, nonché dotato di sufficiente creatività, originalità e novità. Stabilito che la ricorrente era titolare dei diritti patrimoniali sul disegno conferiti dalla tutela del diritto d’autore, e che dal contratto tramite il quale era stato affidato l’incarico risultava evidente la limitazione temporale della cessione di tali diritti patrimoniali, il tribunale ha concesso la misura cautelare.

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Accettazione Cookie – Avvenire di Calabria

di Alessandra Vendrame

TREVISO (4 ottobre) – La scienza medica per curare e guarire. La teologia per dare risposte quando la malattia mette con le spalle al muro e interroga sul senso delle cose. Il dottor Francesco Rocco, cardiochirurgo all’ospedale Ca’ Foncello di Treviso, ha deciso che la medicina può chiedere aiuto alle discipline religiose. E che scienza e fede, quando il paziente chiama, possono permettersi di guardare nella stessa direzione. Il dottor Rocco è iscritto al secondo anno dell’Istituto superiore di scienze religiose della diocesi e al termine del percorso di studi conseguirà la laurea magistrale.

Il medico, allievo del professor Gallucci, in corsia nell’ospedale trevigiano dal 1985 e formatosi per due anni prima all’Università di Chicago e poi alla Facoltà di medicina di Harvard, a 53 anni ha scelto di diventare anche teologo: «Le scienze non mediche possono dare un contributo importante all’arte del curare – spiega il cardiochirurgo-studente di teologia -. Nella nostra tradizione medica il pendolo si è spostato tutto dalla parte della scienza, trascurando l’aspetto umanistico. Oggi invece si parla molto di centralità del paziente nella cura, ma se non abbiamo idea di cosa sia la persona in tutti i suoi aspetti, biologico, psicologico e teologico non possiamo essere medici buoni».

Tolto il camice e chiusa la porta della sala operatoria per il chirurgo si apre quella del seminario di Treviso, sede del corso di laurea in scienze religiose, dove la sera si studia teologia, morale, antropologia, filosofia e Sacra Scrittura. Il bisogno di arricchire la propria fede personale, sebbene sia presente nell’uomo, non è la vera ragion d’essere della scelta del professionista: «È esigenza professionale del medico non ridurre tutto a scienza e tecnica e rivalutare la qualità culturale delle discipline teologiche in un contesto che troppo spesso le slega dalla vita – confida …

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L’ Antitrust: Stop Al Balzello Sui Bagagli A Mano In Aereo

le compagnie dovranno adeguarsi in 5 giorni

L’ Antitrust ha bloccato il supplemento bagagli a mano di Ryanair e Wizz Air. L’ Autorità garante della concorrenza e del mercato, a seguito dell’ avvio di un procedimento istruttorio, ha infatti disposto in via cautelare la sospensione della «nuova policy» sui bagagli a mano delle due compagnie che sarebbe entrata in vigore oggi. In base alla nuova policy di Ryanair e Wizz Air, infatti, è possibile trasportare gratuitamente una sola borsa piccola, da collocare esclusivamente nello spazio sottostante i sedili, mentre è richiesto un supplemento di prezzo per il bagaglio a mano (trolley), che rappresenta tuttavia un onere non eventuale e prevedibile per il consumatore che dovrebbe essere ricompreso nella tariffa standard. «La richiesta di un supplemento per un elemento essenziale del contratto di trasporto aereo, quale il bagaglio a mano, fornisce – spiega l’ Authority – una falsa rappresentazione del reale prezzo del biglietto e vizia il confronto con le tariffe delle altre compagnie, inducendo in errore il consumatore». Per cui Ryanair e Wizz Air dovranno «sospendere provvisoriamente» ogni attività diretta a richiedere un supplemento di prezzo rispetto alla tariffa standard per il trasporto del «bagaglio a mano grande» (trolley), «mettendo gratuitamente a disposizione dei consumatori, a bordo o in stiva, uno spazio equivalente a quello predisposto per il trasporto dei bagagli a mano nell’ aeromobile», sottolinea l’ Antitrust. Le due compagnie dovranno comunicare all’ Autorità entro cinque giorni le misure adottate in ottemperanza a quanto deciso. Il provvedimento dell’ Autorità garante fa esultare le associazioni dei consumatori. «La decisione dell’ Antitrust è una clamorosa vittoria del Codacons, prima associa zione in Italia ad avviare una battaglia legale sui supplementi richiesti per il trasporti dei bagagli sugli aerei», afferma il Codacons, che ricorda di essere stato il primo «a presentare una …

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L’auto blu di Alessandri

giu

Fra le tante auto blu che sfrecciano sulle strade d’Italia c’è anche quella del parlamentare reggiano della Lega Nord Angelo Alessandri. Un’auto blu in proprietà, con autista fino a qualche tempo fa pagato dal Carroccio e ora, pare, dallo stesso esponente politico. Un’auto blu a tutti gli effetti, a parte il colore, dotata di lampeggiante e di paletta con le insegne della Repubblica. Un’Audi A6, di grossa cilindrata, in leasing, che era in bella mostra nel parcheggio dell’Amarcord, a metà maggio, in occasione di un’infuocata assemblea del Carroccio ai tempi dell’avvio dell’inchiesta a carico del tesoriere Belsito e dell’annuncio di avvisi di garanzia della Procura di Reggio a carico di esponenti locali. Sull’Audi di Alessandri manca solo la sirena perché le norme vigenti non lo consentono, essendo riservata alle forze dell’ordine, ai vigili del fuoco e alle autoambulanze di soccorso.

Alessandri gode di questo privilegio dal 2006, in virtù di un provvedimento del prefetto di allora, Bruno Pezzuto, che concesse al suo autista, Franco Spadoni, la qualifica di agente di pubblica sicurezza. Una qualifica – dice la legge – che ha carattere ‘eccezionale e temporaneo’, deve essere rinnovata annualmente ed è legata alla durata dell’incarico della persona trasportata. Per l’utilizzo di lampeggiante e paletta è necessario – dice ancora la normativa – che ci siano ‘esigenze di tutela dell’incolumità della persona trasportata’. L’on. Alessandri era allora non solo parlamentare, ma anche presidente del consiglio federale della Lega Nord, in via Bellerio a Milano, e segretario della Lega Nord Emilia. Due cariche ai vertici di comando del Carroccio, con le quali motivava le ragioni di sicurezza. Ma le ha perdute entrambe nell’arco delle ultime settimane, sostituito rispettivamente dallo stesso Umberto Bossi e dal parmigiano Fabio Rainieri. Ci si aspetterebbe da Alessandri, a questo punto, il bel gesto di rinunciare anche …

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Stipendi, Montipò mette tutti in fila

Economia e Lavoro

Il paperone dei manager reggiani è ancora una volta Fulvio Montipò. Come già gli è accaduto altre volte in passato, il fondatore di Interpump è stato il dirigente d’azienda meglio retribuito nella nostra provincia e dintorni. Nel 2014, l’anno della storica acquisizione di Walvoil, Montipò ha percepito una retribuzione lorda di 1 milione e 750mila euro, più azioni Interpump per un controvalore di 587mila euro. Totale: 2 milioni e 337mila euro. Al secondo posto viene un altro manager del gruppo di S. Ilario, il vicepresidente e amministratore delegato Paolo Marinsek, con compensi per 960mila euro e 188mila euro in azioni della società. Sono cifre che fanno sempre un certo effetto.

Dopo Interpump, gli stipendi più elevati sono quelli delle banche. Nel settore industriale e dei servizi, invece, alle spalle di Montipò e Marinsek ci sono i manager di punta di Servizi Italia, azienda controllata da Coopservice: l’anno scorso Luciano Facchini, presidente e amministratore delegato, ha incassato 510mila euro lordi, il vice Enea Righi 477mila. Poi viene un’azienda ceramica come Panaria. La retribuzione più robusta in questo caso è quella del presidente Emilio Mussini, con 452mila euro, seguito dai due amministratori delegati: Giuliano Pini con 429mila e Paolo Mussini con 367mila.

Più sobri gli stipendi elargiti ai top manager da Emak, Landi Renzo e Iren. In Emak il compenso con più zeri è quello da 343mila euro di Fausto Bellamico, presidente e amministratore delegato. Stefano Landi, anch’egli presidente e amministratore delegato dell’azienda di famiglia, ha percepito nel 2014 329mila euro, mentre ai vertici di Iren il numero uno Francesco Profumo si è fermato a 175mila euro. La retribuzione più elevata nel 2014 è stata quella dell’ex amministratore delegato Nicola De Sanctis, con 367mila euro, a cui bisogna però aggiungere anche l’ormai famosa buonuscita da 950mila euro.

Questo è …

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Tribunale Di Napoli: Incostituzionale Cambio Di Rito Per I Procedimenti In Materia Di Pi

Il Tribunale di Napoli ha sollevato una questione di legittimità costituzionale riguardo alla norma del Codice della Proprietà Industriale che ha imposto l’adozione del rito societario per tutti i procedimenti giudiziari in materia di proprietà industriale e di concorrenza sleale interferente con la proprietà industriale.

Il Tribunale di Napoli dubita della legittimità costituzionale delle norme che hanno portato all’estensione del rito societario a tutti i procedimenti giudiziari in materia di proprietà industriale e di concorrenza sleale interferente con la proprietà industriale.

Nell’ambito di un procedimento, iniziato nell’ottobre 2005, volto ad accertare la contraffazione di un marchio, il Tribunale ha emesso un’ordinanza, datata 12 aprile 2006, con la quale ha sospeso il procedimento per sottoporre alla Corte Costituzionale alcuni rilievi, essenzialmente tendenti a stabilire se

l’articolo 134, comma 1 del Codice della Proprietà Industriale, che ha imposto l’adozione del rito societario, come delineato dal Decreto Legislativo n. 5/03, per tutti i procedimenti giudiziari in materia di proprietà industriale e di concorrenza sleale interferente con la proprietà industriale

gli articoli 15 e 16 della Legge n. 273/02, che avevano delegato il governo ad emanare decreti legislativi per il riassetto delle disposizioni vigenti in materia di proprietà industriale e diretti ad assicurare una più rapida ed efficace definizione dei procedimenti giudiziari in materia di proprietà industriale

siano contrari all’articolo 76 della Costituzione, secondo il quale l’esercizio della funzione legislativa non può essere delegato al governo se non con determinazione di principî e criteri direttivi e soltanto per tempo limitato e per oggetti definiti .

Nell’ordinanza il Tribunale, fra l’altro, dubita che la delega conferita al governo dagli articoli citati della Legge n. 273/02 determinasse principi e criteri direttivi per oggetti definiti, e sottolinea comunque che il rito societario previsto dal Decreto Legislativo n. 5/03 non è affatto semplificato, rispetto a quello ordinario, ma …

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ARSMEDIA – Exhibitions

testo di: Martina Corgnati

Misura, è con questa parola, rivelatasi per molti versi fatale nella storia di Valentini, che Guido Ballo apre nel 1973 il lungo itinerario critico che da allora accompagna l’artista marchigiano nel suo viaggio lungo quelle oblique e difficili coordinate celesti che raccordano lo spazio al tempo, la dimensione segreta che Valentini ha costruito con limpida veggenza e che abita solo come contemplativo testimone dell’armonia delle sfere, delle leggi e dell’ordine che sostengono i movimenti del mondo. Misura, quindi. Termine musicale, termine astronomico, ambiti a cui il lavoro di Valentini fa esplicito riferimento, ma anche termine imprescindibile per intendere lo spirito e la cultura sottesa dall’architettura, dall’urbanistica e dalla nazionalizzata cosmogonia del Rinascimento, cui Valentini guarda con emozione, quasi si trattasse della sua propria partecipata e favolosa origine: quell’origine urbinate che gli studiosi hanno tante volte ammirato in lui. Senza misura, infatti, non è data proporzione alcuna, e senza proporzione non è ammissibile idealità, quel criterio supremamente totalizzante e divinamente discreto che si riconosce, per esempio, a Pienza o nella Cappella dei Pazzi. Valentini ha fatto di questa “misura” una maniera per orientare la propria progettualità, per riconoscere i fondamenti e la sostanza razionale imprigionata nelle cose e per imparare a liberarla in un tracciato che dapprima (negli anni Settanta) si presenta fondamentalmente come scansione grafica, come organizzazione segnica di una ben definita e ben delimitata superficie: e poi, a partire dall’inizio del decennio scorso, prende ad articolarsi nello spazio (fino agli esiti recenti, compiutamente ambientali), a svilupparsi come reticolo, trama sottile sospesa nel vuoto, trama sottile che riecheggia, quasi in termini di vibratile contrappunto, la purezza cristallina del piano sottostante e, soprattutto, quelle impreviste intrusioni di materia, quel rivelarsi frammentario del corpo, nella sua densità tattile e imperfetta, che emerge dall’oltre, da un altrove celato ma …

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